Presentazione di G. Invitto
PRESENTAZIONE AL “RAGGIO VERDE”, 7 FEBBRAIO 2005
Per Umberto Valletta, totus artifex.
“Degusta il vino/ e si fa vino/ di alleanza”: ma si può gustare il vino attraverso le parole del sommelier? Se volete sentir parlare delle poesie di Umberto, si può mai gustare l’arte attraverso le parole degli altri? L’uva è il suo acrostico, UVA: Umberto Valletta Architetto.
Valletta è un artista: e non dico, qui, poeta o solo poeta. E’artista nella professione, perché è creatore. Newton definì Dio architetto dell’Universo. Umberto è architetto/artista. Lo è sempre stato, quando ha progettato per Leuca il suo Santuario di Finibusterrae, lo è stato quando ha progettato le cappelle al cimitero. Non sono grigie, tristi, lacrimose “ultime dimore”, sono opere di scrittura, di filosofia, di esegesi biblica.
Lui è un tipico caso dell’intellettuale-artista “fuori le righe” che tutti trascurano, per il suo modo di esistere, perché per lui l’arte è connaturata all’esistenza. Questo è un bene, ma, per la maggior parte dei casi, lo si paga sulla pelle, sulla vita. E sulla professione.
I versi di Umberto sono confessioni senza mediazione alcuna, quasi espressioni automatiche perché riflettono, fotograficamente, il suo vissuto e il suo pensiero. Per questo alternano squarci di poesia a momenti di discorsività razionale nella quale si cerca il senso delle cose e di un’esistenza frammentata.
Sono ragionamenti d’amore (non come l’eros osceno di Pietro Aretino). Sono frammenti, anche, di un discorso amoroso (Roland Barthes) o ragionamenti sull’ethos, sull’esistenza.
Qualcuno, credo Donato Valli, ha definito la sua raccolta “piccolissimo Zibaldone”, come per Leopardi quando ritenne di essere divenuto filosofo. E’ universalmente noto che il poeta di Recanati parlò di una “mutazione totale”, di un passaggio “dallo stato antico al moderno”, avvenuto nell’arco di un anno, il 1819, che coincise con la perdita della vista e, quindi, con l’impossibilità di dedicarsi alla lettura: “cominciai a sentire la mia infelicità in modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose […], a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche per un stato di languore corporale”.
Quella di Umberto Valletta è filosofia, anche filosofia degli amori primari. Paradossalmente, in una vita extra-ordinaria, che io già definii border-line (e lui, giustamente, si rizelò perché temette una accezione di patologie), in una vita come quella di Umberto, i punti focali rimangono il padre e la madre, e “la” donna, quasi come consapevole domanda di azzeramento di un perbenismo che confligge con la genuinità e la spontaneità dei sentimenti primari.
Si, la donna bellissima e irraggiungibile, la donna – fiore, a cui regala anche stasera e, credo, ogni sera una poesia-fiore.
Chi è lui? Ebbene: “Sono stato definito fantastico, bizzarro, complicato, enigmatico, triste, naturale, pensieroso, profondo, poeta, sognatore, amico, malinconico, stravagante, esagerato, sregolato, rigoroso, architetto, pessimista, religioso, modaiolo, socievole, imprevedibile, egocentrico, generoso, coraggioso.” Ma egli risponde “da architetto e da poeta/ con una frase di Paul Newman/ dettatami da un amico in un pub di notte: è inutile essere/ un artista/ se devi vivere come/ un impiegato”.
Si può vivere sdoppiati? “Carmina non dant panem”, aveva detto Orazio, che il pane, e di quello buono, però, aveva avuto a sufficienza. Valletta non si sdoppia. Vive le due dimensioni e le integra, come Niccolò Machiavelli nel rifugio di Sant’Andrea : “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui”. E scrive un testo planetario: Il Principe.
Umberto aveva già risposto, “da architetto e da poeta”, che è inutile essere artisti se si deve vivere da impiegati. E’ l’architetto che coniuga bellezza e razionalità. Ed è il poeta che ingentilisce la movida salentina donando fiori-poesie come i gigli di pietra del nostro barocco.
Lecce, 25/04/05
GIOVANNI INVITTO
Professore di Filosofia ed Estetica
all’Università degli Studi di Lecce










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